Che cos’è la neurocosmesi?
La neurocosmesi, o neurocosmetica, è un modo contemporaneo e più “biologico” di intendere la skincare. Oggi non ci si limita più a parlare soltanto di idratazione, luminosità o segni del tempo, ma si considera la pelle come un organo sensoriale e neuroattivo.
Dunque la pelle viene presa in considerazione da una prospettiva più ampia?
Esatto. Anche perché è attraversata da una fitta innervazione e popolata da cellule capaci di produrre e rispondere a messaggeri chimici che sono tipici del linguaggio nervoso. Quindi non è intesa più soltanto come una barriera protettiva, ma anche come punto di contatto tra interno ed esterno.
In che modo la pelle si relazione con l’esterno?
Riceve segnali fisici, chimici ed emotivi e li traduce in mediatori che modulano funzioni cutanee come infiammazione, prurito, reattività, vasodilatazione, riparazione e perfino percezione di comfort. La letteratura scientifica (1) ricorda che, tra i numerosi neuromediatori noti, diverse decine sono stati identificati anche nella cute, e che cellule cutanee e immunitarie esprimono recettori ed enzimi in grado di “leggere” e modulare questi segnali.
Tutte queste considerazioni come si traducono nella formulazione dei prodotti?
Proprio per mettere un confine chiaro in questo senso, la neurocosmetica viene spesso ricondotta alla definizione proposta da Laurent Misery: “prodotti topici non destinati ad assorbimento sistemico che, applicati sulla pelle, mostrano attività sul sistema nervoso cutaneo o, più in generale, sui mediatori cutanei” (2).
Il “bersaglio” della neurocosmetica è il cervello?
Il bersaglio è locale: non “il cervello” in senso farmacologico, ma la rete neuro-immuno-cutanea che governa come la pelle sente e reagisce. Questo punto è cruciale perché nel linguaggio popolare si tende a saltare subito a concetti come felicità, euforia, azione antidepressiva, mentre la letteratura mette in guardia dal rischio di attribuire impropriamente ai cosmetici un’azione sull’umore paragonabile a quella di un intervento sul sistema nervoso centrale (1).
A questo proposito: c’è una differenza tra neurocosmetica e psicocosmetica?
La psicocosmetica riguarda soprattutto l’effetto psicologico ed esperienziale della cosmetica: la percezione positiva di sé, l’autostima, la gratificazione, la qualità della vita, il piacere sensoriale e il valore rituale del prendersi cura della propria immagine. In questo senso, praticamente ogni cosmetico può avere una dimensione psicocosmetica, perché migliora la relazione con il proprio corpo e, indirettamente, il benessere mentale e sociale (1). La neurocosmetica aggiunge un livello meccanicistico: prova a intervenire su recettori e mediatori presenti nella pelle che regolano sensibilità, neuroinfiammazione, “skin stress” e omeostasi cutanea (1). Non sostituisce l’esperienza psicologica, ma la affianca con una logica di fisiologia cutanea misurabile.
Per quale motivo allora la neurocosmetica viene collegata alla felicità e al benessere?
Il motivo per cui viene collegata a endorfine, dopamina e cortisolo è che la pelle non usa solo “messaggi cosmetici”, usa anche “messaggi neurochimici”. Neurotrasmettitori e neuromediatori cutanei possono contribuire a spiegare perché, in una cute iper-reattiva, uno stimolo minimo diventi pizzicore, bruciore o rossore, mentre in una cute equilibrata la stessa sollecitazione venga percepita come neutra o persino piacevole (1). Il punto interessante, per la neurocosmetica, è che alcune materie prime cosmetiche possono dialogare con questa rete senza dover “andare al cervello”: interagiscono con recettori e vie di segnalazione presenti in cute e, così facendo, possono modulare il bilanciamento tra segnali di stress e segnali di comfort. In termini divulgativi, significa lavorare per ridurre il “rumore” neuro-infiammatorio e favorire, localmente, mediatori che la pelle associa a benessere e resilienza.
La pelle può in qualche modo trarre un giovamento legato all’aumento di endorfine?
Su questo fronte la letteratura discussa in alcune review è particolarmente significativa perché descrive un sistema oppioide cutaneo: la presenza di β-endorfina e di recettori oppioidi in cellule della pelle è stata collegata a processi come differenziazione dei cheratinociti, migrazione cellulare e rigenerazione, cioè funzioni che rendono una pelle più “solida” e capace di recuperare (1). In chiave neurocosmetica, favorire un ambiente cutaneo che sostenga questi segnali non vuol dire promettere “felicità” come stato mentale, ma puntare a una pelle più confortevole, meno reattiva e percepita come più distesa. È qui che si può parlare, con cautela e correttezza, di “giovamento” legato a endorfine: un beneficio che parte dalla pelle e dal suo equilibrio sensoriale.
Per la dopamina, invece, come funziona il discorso?
Per la dopamina le review riportano che specifici interventi topici possono influenzare il rilascio di dopamina da neuroni cutanei, con effetti descritti come miglioramento di perfusione, barriera e performance globale dell’incarnato (1). Anche qui vale la regola d’oro della neurocosmetica: dopamina cutanea non è dopamina cerebrale, e non autorizza claim sul tono dell’umore in senso clinico. Tuttavia, se una formula migliora comfort, uniformità e vitalità percepita, l’effetto “benessere” può emergere indirettamente perché cambia l’esperienza corporea quotidiana e la percezione di sé, che è un ponte naturale tra neurocosmetica e psicocosmetica, senza confonderle.
Infine, sul fronte del tanto chiacchierato cortisolo: che effetti può avere questo ormone sulla pelle?
Il cortisolo è il capitolo più intuitivo, perché lo stress “si vede” sulla pelle. In condizioni di stress, i livelli di cortisolo cutaneo possano aumentare anche per l’azione dell’enzima 11β-idrossisteroide deidrogenasi 1, che converte cortisone inattivo in cortisolo attivo; questo eccesso locale è associato a effetti sfavorevoli come atrofia del collagene e riduzione della crescita cellulare, contribuendo a barriera più fragile e aspetto più segnato (1). Studi sperimentali e clinici collegano lo stress psicologico a deterioramento della funzione barriera, coerentemente con il modello di aumento di glucocorticoidi cutanei e attivazione di 11β-HSD1 (3). Anche qui, la promessa corretta non è “abbassare il cortisolo nel sangue”, ma sostenere il riequilibrio dello stress cutaneo, ridurre i segnali che alimentano discomfort e fragilità, e accompagnare la pelle verso una condizione più stabile.
Mettendo insieme questi discorsi, ritorniamo alla prima domanda di questa intervista: che cos’è davvero la neurocosmetica?
La neurocosmetica è l’area della cosmetica che studia e utilizza strategie formulative capaci di dialogare con i mediatori neurocutanei, con l’obiettivo di migliorare comfort e resilienza della pelle. Questo dialogo può tradursi in un sostegno ai sistemi locali associati a segnali “positivi” come endorfine e dopamina, e in una riduzione dei segnali di stress cutaneo collegati al cortisolo.
Quali sono gli effetti concreti dell’utilizzo di prodotti neurocosmetici?
Meno reattività, più tollerabilità, pelle visibilmente e sensorialmente più “calma”. Quando la pelle smette di inviare segnali di disagio, l’esperienza quotidiana cambia: non perché il cosmetico diventi un “farmaco del buonumore”, ma perché riduce una fonte di stress percettivo e migliora il modo in cui ci sentiamo nel nostro corpo!
Bibliografia
(1) Rizzi V, Gubitosa J, Fini P, Cosma P. Neurocosmetics in Skincare—The Fascinating World of Skin–Brain Connection: A Review to Explore Ingredients, Commercial Products for Skin Aging, and Cosmetic Regulation. Cosmetics. 2021;8(3):66. Doi:10.3390/cosmetics8030066.
(2) Misery L. Les nerfs à fleur de peau. International Journal of Cosmetic Science. 2002;24:111–116.
(3) Choe SJ, Kim D, Kim EJ, Ahn JS, Choi EJ, Son ED, Lee TR, Choi EH. Psychological Stress Deteriorates Skin Barrier Function by Activating 11β-Hydroxysteroid Dehydrogenase 1 and the HPA Axis. Scientific Reports. 2018;8:6334. doi:10.1038/s41598-018-24653-z.







